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I sette (VI^ Parte)
I sette colori dei sette veli: Rosso, Arancione, Giallo, Verde, Celeste, Lilla, Bianco
(Sette colori per un sogno)
- Dottoressa mi aiuti -
- Sono qui apposta -
- Non riesco mai a portare a termine le cose, ne inizio mille non ne finisco nessuna -
- Capisco. Se vuole la posso aiutare, è disposto a seguire un percorso difficile in cui la certezza della riuscita dipende solo da lei? -
- Sì, lo voglio -
- Si ricordi che una volta iniziato non si può tornare indietro si deve arrivare alla fine costi quel che costi -
- Non sono i soldi che mi mancano -
- Per costi non intendevo moneta intendevo sacrifici, rinuncie, dolore fisico e morale, sensazioni brutte ma alla fine del percorso c’è la salvezza. Lei vuole veramente iniziare e finire? -
- Si lo voglio -
Lei fa accomodare il paziente su di una chaise-longue spegne la luce, fa partire una musica rilassante ed esce dalla stanza.
C’è penombra, la musica invita al sonno, così come la comodità del lettino, così come un leggero soffio d’aria sul collo.
Passa del tempo. Possono essere secondi come minuti come ore e il paziente sogna o crede di sognare o non lo sa.
Lei rientra.
E’ coperta solo dai sette veli. Sta danzando. Danza e recita un mantra.
Rosso è il colore del sogno
pensi sia sangue è solo salsa,
pensi sia vino è solo sangue,
pensi sia dolore è solo sciame
di api che cercano fiori.
Lei si toglie il primo velo e con esso lega la gamba destra del paziente al lettino.
Arancione è il sole al tramonto
pensi sia sabbia è solo nebbia
pensi sia morte è solo vita
pensi sia risa è solo la noia
che vedi nei giochi del vento.
Lei si toglie il secondo velo e con esso lega il braccio sinistro del paziente al lettino.
Giallo è il grano in estate
pensi sia il mondo è solo un pallone
pensi sia la quiete è solo tempesta
pensi sia caldo è solo il freddo
che penetra fitto nelle tue ossa.
Lei si toglie il terzo velo e con esso lega il braccio destro del paziente al lettino.
Verde è la foglia sulla tua mano
pensi sia vita è solo morte
pensi sia rumore è solo silenzio
pensi sia profumo è solo fetore
che scioglie la pelle e la carne.
Lei si toglie il Quarto velo e con esso lega la gamba sinistra del paziente al lettino.
Una fitta lancinante attraversa il corpo del paziente. La fitta va dal dito mignolo del piede sinistro fino al mignolo della mano destra. Dura un attimo ma è un esperienza devastante. Il paziente prova ad aprire la bocca per dire qualcosa ma lei ci mette sopra una delle sue grandi mammelle. La fitta scompare resta solo un bel sapore che però piano piano diventa… rancido.
Celeste è l’occhio che ti scruta
pensi sia dio è solo dipinto
pensi sia neve è solo polvere in una palla
pensi sia musica è stridio di freni
che precede il coccio.
Lei si toglie il Quinto velo e con esso lega la testa del paziente al lettino.
Il cuore comincia ad accelerare, quello che pareva un gioco sta assumendo contorni non proprio piacevoli. Ormai di dormire non se ne parla. Adesso la musica è cambiata non c’è più roba rilassante. C’è rock duro. La danza ormai è altro. Non è più sussurro adesso è urla sguaiato.
Lilla è il dolore che ti acceca
pensi sia mano è tenaglia
pensi sia carezza è schiaffo
pensi sia vaso è gelido metallo
che contiene quello che resta.
Lei si toglie il Sesto velo e con esso benda il paziente che ora è cieco.
Adesso il paziente urla, ha paura, sente un rumore di spade, di catene, sente caldo ovunque, è come se i vestiti gli bruciassero adosso e di colpo si sente nudo e sente che c’è acqua gelida che scorre sul suo corpo. Lei ride e urla.
Bianco è il colore del sepolcro
pensi sia fine è inizio
pensi sia sale è zucchero
pensi sia il momento che arriva
anche se non lo vuoi.
Lei si toglie il settimo velo e sale sopra al paziente.
Lui sta urlando, cerca di divincolarsi ma è un tutt’uno con il lettino che da morbido è diventato duro e freddo come una lastra di marmo. Sente lei sopra di lui. Sente i suoi artigli che gli entrano nella pelle. Sente la belva che si disseta del suo sangue sente che…
Si sveglia, un secondo per capire dove si trova. Lei è davanti a lui che sorride.
- Tutto bene? -
- Sì, mi sembra dì sì, cos’è successo, mi sono addormentato, ho sentit….-
- Ci vediamo mercoledì prossimo sempre alle 18.30, mi raccomando la puntualità -
La dottoressa porge al paziente due fiches da consegnare alla segretaria all’uscita. E’ il conto da pagare.
Lui si alza e guarda il suo orologio, sono le 18.35, ma come da quando è entrato sono passati solo 5 minuti. E’ frastornato.
- Mi scusi dottoressa cos’è successo? -
- Nulla è solo la prima seduta, ho fatto un piccolissimo test -
- E come è andato -
- Ci vediamo mercoledì -
Esce da le due fiches alla segretaria.
- Sono 180 euro -
Gli scappa un: – per dieci minuti di lavoro -
- Anche meno – risponde la segretaria ed emette fattura con bollo.
I sette (5^ Parte)
Le sette Pleiadi: Elettra, Maia, Taigeta, Alcione, Celeno, Asterope e Merope.
(Sei storie per sette donne)
Elettra la sera, prima di coricarsi, si spazzolava i suoi lunghi capelli guardando le stelle. Era tradizione.
Elettra sulla sua nave navigava come era ovvio farlo su di una nave e lo faceva da oriente ad occidente, con il bel tempo o quello cattivo, da sola o in compagnia.
Elettra era costantemente alla ricerca della tempesta perfetta ma le sfuggiva sempre.
Elettra avrebbe volentieri suonato la cetra ma si limitava ad una non meno nobile chitarra e lo faceva con una certa disinvoltura. Solo che a volte i lunghi capelli le davano noia e non le piaceva legarli o usare cerchietti.
Elettra capelli, nave, tempesta, chitarra e la vita andava bene così.
Maia si dava un gran da fare nel compilare liste lunghissime di tutte le cose che gli piacevano, servivano, collezionava, amava, odiava, attirava, sospirava, estremizzava, ottenebrava, eccetera, eccetara, eccetera.
Maia non era classicamente bella ma era un tipo interessante. Forse era per quel naso un po’ troppo naso e quella bocca un po’ troppo bocca. Di certo il suo non era un viso che si dimenticasse facilmente anche se a ben vedere non era più nella lista di un sacco di gente. Aldo, Antonio, Bruno, Carlo, Cristian, Daniele, Donato, Filippo, Marco, eccetera, eccetera, eccetera.
Maia aveva un figlio, Elio. Lo aveva avuto da Terenzio, un suo compagno all’università che timbrato il cartellino aveva visto bene di defilarsi ed andare, addirittura, in un’altra città. Lo aveva chiamato Elio perchè Idrogeno le sembrava un po’ troppo strano così aveva scelto il numero due della lista degli elemnti che sono, lo sanno tutti, 118. 96 in natura e 21 preparati artificialmente per cui magari un giorno diventeranno 120 o chissà. Idrogeno, Elio, Litio, Berilio, Boro, Carbonio, Azoto, Ossigeno, Fluoro, eccetera, eccetera, eccetera.
Maia non suonava nessuno strumento musicale ma una volta aveva avuto un fidanzato che suonava il sassofono. Adesso il sassofonista se ne è andato e lei si è tenuta il sassofono. Adderley, Ammons, Avitabile, Ayler, Barbieri, Barigozzi, Barnet, Bartz, eccetera, eccetera, eccetera.
Maia liste, liste, liste, spesa e la vita eccetera, eccetera, eccetera.
Taigeta congolava nel suo bellissimo e nuovo completo da ballerina. Ballare era la sua principale fonte di gioia.
Taigeta era entrata nella scuola del più importante maestro di danza della sua città e così aveva conosciuto il figlio di un noto impresario della zona.
Taigeta coltivava con cura nella sua stanza piccole piantine che si sarebbero potute scambiare per dei bonsai ma in realtà erano di cartapesta e plastilina e se non gli andavi vicino, vicino non te ne accorgevi. In questo periodo stava coltivando una sequoia che era già alta una ventina di centimetri e avrebbe fatto sua bella figura nel bosco dove giaceva Nuvola. Nuovola era stato il suo primo pesce rosso e morto una notte d’estate lo aveva sepolto con un funerale solenne. Poi aveva cominciato a costruirgli un bosco attorno.
Taigeta colse negli occhi del panzone un desiderio troppo forte nai suoi confronti così lasciò la scuola di danza e si iscrisse a quella di scacchi tanto per vedere se sarebbe mai riuscita a prevedere le mosse del cavallo e del re.
Taigeta danza, coltiva, scappa, gioca e la vita scivola via silenziosa.
Alcione si era fatta lanciare a cavalcioni su una scopa dal balcone di casa verso la luna. Lo aveva fatto suo cugino. Il balcone era al primo piano per cui non si fece tanto male, qualche livido, un braccio rotto e il sempiterno soprannome familiare di Cavalcione. Il guaio era che sua mamma, anche il presenza di estranei, la chiamava Cavalcione.
Alcione, ovviamente, andò via di casa a diciassette anni. Lavorò come cassiera al cinema Olimpia, poi come commessa da Milly Sport, poi imparò a fare caffè e cappuccini al bar della stazione, poi fu promossa ai panini, poi di nuovo in cassa, poi andò a lavorare come dj a Radio Onda Libera, erano stronzi ma pagavano bene, poi si sposò con Mario del ristorante pizzeria bar da Mario, poi aveva ventisei anni e non rimaneva incinta.
Alcione voleva avere un figlio. Anche Mario era d’accordo ma come tutti i maschietti poi alla fin fine lasciano che siano le donne a desiderlo veramente e loro restano ad aspettare, guardano, lasciano che succeda e se non succede vanno a giocare a calcetto, è uguale. Poi sono medici, ormoni, infermiere e passano gli anni e diventa p.m.a., ci fanno anche i referendum e poi arriva sempre quello che dice: “Be’ ne potete adottare uno”, e si prova anche ad informarsi ma la natura dice mamma e allora un ultimo tentativo, quasi disperato. Le hanno detto che se scioglie nel caffè del marito un po’ di polvere di luna, ma poca poca, impercettibilmente il miracolo si avvererà. E via a fare la fivet.
Alcione adesso aspetta un bambino, anzi no, due, ha fatto ieri l’ecografia, la prima, e i cuoricini che battono sono due. Ha trentadue anni, il tempo vola, se tutto va bene quando diventeranno maggiorenni lei ne avrà cinquantuno. Forse avrà dimenticato tutto questo, forse, no, probabilmente mai.
Alcione figli, Mario, lavoro, calze e la vita si vive che c’è di peggio.
Celeno non la conosce nessuno e lei si cela sempre agli occhi degli altri. “Dicono” accipicchia ma nessuno ci ha mai parlato veramente.
Celeno scrive il suo libro ogni giorno da dieci anni. Una parola al giorno. Oggi, ieri, domani. Una parola al giorno. Per scrivere il primo paragrafo ci ha messo un anno. Ovviamente 365 parole.
Celeno ogni sera si affaccia al balcone, guarda in alto le stelle, le sue e riconosce se stessa, la riconosce perché sa dov’è. Non è una cosa magica lei è lì e le è qui. Contemporaneamente. Lo sa, lo sa perfettamente e ogni notte va a caccia. A caccia di stelle che cadono. Ne ha un cassetto pieno.
Celeno non la conosce nessuno veramente, qualche volta la vedono sul balcone che guarda un punto in alto, lei sa che cosa gli altri no. Poi ogni tanto esce, va nel bosco, e torna prima dell’alba. Una volta hanno cercato di seguirla anche i carabinieri, ma non ci sono riusciti, lei ad un certo punto non c’era più e il giorno dopo era a casa.
Celeno stella, stelle, sorelle, divise dalla vita che vive.
Asetrope e Merope si guardavano spesso in cagnesco. Avevano sposato due bei ragazzoni ma non quello che volevano. Ognuna voleva quello dell’altra. Un po’ come l’erba del vicino è sempre più verde.
Asetrope tesseva, Metrope disfaceva.
E viceversa.
Asetrope soffriva che la cognata avesse due macchine Metrope soffriva che la cognata avesse la piscina.
Asetrope e Merope andavano a messa ogni mattina e ad uno sguardo disattento sembravano adorabili amiche. Non è vero si odiavano al punto che ognuna aveva progettato l’omicidio dell’altra fin nei più minimi particolari. Solo che per commettere un omicidio ci vuole un bel coraggio per cui era solo un’idea riposta in un posticino appartato del proprio cervello. Però ci fantasticavano parecchio.
Asetrope e Merope si incontarono, quasi per caso ma come tutti noi sappiamo il caso non esiste nel parcheggio sotterraneo del centro commerciale fuori mano dove ognuna di loro pensava di trovare quel dato oggetto che si trovava solo lì. All’inizio finsero di non vedersi ma una voce le costrinse a farlo. “Anche voi qui e come mai?”. E così si girarono all’unisono salutarono l’amica comune e videro lontano due che si baciavano su di una macchina nel parcheggio. A turbarle non fu tanto il fatto che fossero due uomini quanto che fossero, a guardare proprio bene, i loro due mariti.
Asetrope e Merope tornarono a casa e si fecero un drink a bordo della piscina senza acqua ma piena di foglie di Asetrope.
Asetrope, Merope, amici, nemici, e la vita piena di banali sorprese.
I sette (4^ Parte)
I sette principi della croce rossa italiana sono: Umanità, Neutralità, Imparzialità, Indipendenza, Volontariato, Unità, Universalità.
Sto correndo veloce sulla spiaggia, la tartaruga è approdata vicino alla terra ferma proveniente dall’oceano e la vedo bene. Devo arrivare da lei prima che ci arrivino altri o prima che decida di tornarsene in acqua. Mentre corro controllo con lo sguardo di essere solo, e così sembra anche se ho sentito un urlo di richiamo poco fa. Magari era solo immginazione o era solo un pavone. Magari fiamme fuoco.
Mancano poche decine di metri, il cuore mi batte forte in petto e sento il bisogno disperato di aria. Non c’è tempo, stavolta sento i passi di corsa dietro di me ed sono passi veloci, troppo veloci. Cerco di accelerare ma ad ogni passo mi sembra di affondare nella melma. Le gambe cedono, la tartaruga gira la testa verso di me, sono certo di averla vista sorridere, poi tutto diventa nero.
Non ricordo nient’altro.
Sono sudato.
Sono sdraiato su questo letto con un pala sul soffitto che gira lentamente e sposta un po’ d’aria. Troppo poca e ristagna.
Il sudore puzza.
Ma non è solo sudore, c’è dell’altro che vedo girare.
Una mosca. Una mosca che fa lo slalom tra le pale. Ogni tanto sbatte contro il vetro della la finestra. La finestra non è chiusa ma la mosca non se ne accorge, non si accorge che girato l’angolo c’è l’uscita e continua a sbattere con il vetro, sbatte, si fa un giro e poi torna e sbatte di nuovo.
La mosca dei cadaveri. I vivi le scacciano i morti le subiscono ma non gliene frega più un cazzo.
Passa il tempo.
Mando via la mosca che si è posata sulla mia mano.
Sono vivo.
Credo.
Vorrei alzarmi.
Manca l’aria.
Manca un senso.
Ci vorrebbe della musica allegra, magari una marcetta tanto cara a chi ci ha mandato al macello.
Entrano due infermiere senza capelli che parlano fitto tra di loro, una prende la cartella appoggiata alla sponda del letto, mi guarda, sorride e si rivolge a me in una lingua che non capisco. Ricambio il sorriso e chiedo acqua. L’infermiera mi indica la flebo attaccata al braccio e dice con un accento strano che non è il mio e che non riconosco ‘agua’.
Vorrei bere.
Vorrei respirare.
La mosca adesso non c’è più, magari si è stancata e si è appoggiata magari ha acquisito la libertà riuscendo a girare l’angolo. Magari è morta e quando muiono chissenefrega.
Vorrei un senso.
La notte scende repentinamente e non mi da quasi il tempo di abituarmi al buio. E’ come se fosse una notte artificiale. Come quando in collegio si spegnavano le luci e si dormiva tutti assieme nella camerata soli come mai siamo stati poi.
Insieme al buio è sceso anche un silenzio spettrale.
Arriva un’altra infermiera rasata, non saprei dire se è una delle due di prima, mi cambia la flebo, ne mette una di un colore opaco e dice “Cibo e sonno”.
Chiedo “Dove sono?”
Nessuna risposta.
Il caldo è ancora più soffocante.
Sono strordinariemente tranquillo per essere alieno in un mondo alieno.
Mi addormento quasi subito.
Sogno della tartaruga, del mare, dei miei genitori che non ho mai conosciuto, sogno di Lanua e delle sue ali spiegate al vento, sogno delle porte chiuse e di quelle che si aprono e sbattono al vento, sogno del mio risveglio, sogno del letto che si alza e balla e del mio corpo che si gonfia a dismisura ed esce volando.
Sogno le api e il miele.
Il risveglio avviene su di una spiaggia con un energumeno agitato che mi soffia aria nei polmoni.
I sette (3^ Parte)
I sette bracci della Menorah.
Nel giardino di casa c’è una pianta. E’ alta, parecchio alta. E’ un cedro, un cedro del libano. Fu piantata quando nacque mio fratello maggiore o forse per il suo primo Natale. Non ricordo bene ma penso sia lo stesso.
Quella pianta da piccolina piccolina che era è cresciuta a dismisura. Ormai sovrasta la casa e ha portato via il cibo alle piante accanto, tanto che il salice piangente e il nespolo che aveva dei frutti così buoni che non ho mai più sentito altrettanto sapore, sono morti.
Io e un mio compagno di giochi, quando eravamo piccoli e ancora il cedro non era così mastodontico ci nascondevamo sotto di esso e giocavamo ad inventarci mondi sempre più favolosi.
Quel giardino, poche decine di metri quadrati, sembrava talmente gigantesco che si poteva esplorare per giorni e giorni scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo.
Poi, come il cedro, siamo cresciuti e abbiamo ucciso gli amici attorno a noi. Involontariamente, si intende, ma non ricordo più nessuno di quelli che giocavano con me in quel giardino.
Li ho probabilmente riposti da qualche parte.
Magari dalle parti del cedro, in un’urna, insieme ad una mappa del tesoro che aveva disegnato mio fratello maggiore per aiutarmi a ritrovare la strada caso mai mi fossi perso, nel giardino, sempre più grande, immenso, così gigantesco che perdercisi poteva essere pericoloso. Così inclini alle suggestioni come eravamo.
Io e te.
Nel giardino.
Ci sarebbe stato bene un ruscello, ma non c’era e allora il vialetto di mezzo era un fiume e le lucertole serpenti e le nespole mele. E Serena Eva e io Adamo.
E sotto al cedro guardarti leggere sul libro di scuola la pagina sul diluvio universale e i mammut che pensavano di sopravvivere e commentare insieme, vicini, il dipinto di quegli animali sferzati dalla pioggia. E così restare durante il temporale estivo sotto al cedro, incuranti del pericolo, tanto c’era il parafulmine della villa comunale, tanto faceva caldo, tanto il mare era a due passi e la finestra chiusa, tanto mamme e papà erano al lavoro e le nonne a far da mangiare e i fratelli maggiori a disegnare mappe. E l’acqua sporcava ma poi puliva e la terra era terra e dopo la pioggia uscivano le lumache con le loro casette e le si guardava, qualcuno finiva schiacciata, ma per sbaglio, come uno che attraversa la strada senza guardare e… muore.
E così anche lei, Eva, è nell’urna. Riposta, probabilmente, sotto al cedro del libano che si scuote durante le tempeste fino a toccare la casa vicina, come a bussare, ad avvertire che c’è qualcosa che chiama. Insieme ad ogni amuleto degno di tale nome, insieme alle carte napoletane e alla pallina di Gimondi primo al tour. Insieme al riso che abbonda sulla bocca degli stolti e dei cinesi.
Noi e voi.
Nel giardino.
Rumori di folla.
Rumori di motori messi in moto.
Rumori che in un piccolo giardino che si fa grande diventano un insieme di firmamenti e arriva Pablo con la sua Honda a fare ancora più cagnara e dal salice scende una rosa, e come faccia non lo sa nessuno.
Altalena sotto il cedro del libano di fronte al pino marittimo messi lì a proteggere la via della nostra infanzia.
E siamo cresciuti, mettendoci spesso le dita nel naso, in quel giardino sotto le fronde di quell’albero lasciando ognuno di noi qualcosa.
I sette (2^ Parte)
I sette peccati capitali: gola, accidia, superbia, avarizia, invidia, ira e lussuria.
Ho mangiato un panino con la porchetta, caldo, con la cotenna bella croccante.
-Mi dai una sigaretta-
-No, ne ho poche-
E non ho pianto, anzi, ho subito mangiato anche il secondo.
Li avevo comprati dal baracchino fuori della stazione mentre stavo andando a prendere il treno che mi avrebbe riportato a casa anche se la mia casa non era veramente quella dove andavo. Anzi a ben vedere era più casa dove ero adesso, il treno, che dove sarei dovuto scendere.
All’indomani ore sette sveglia, poi doccetta energizzante, colazione rapida e indolore e un’ora di macchina ad andare e un’ora per tornare e nel mezzo la frenesia dei programmi a cottimo, della creatività donata alla partita doppia o peggio alla somma dei profitti e invece il treno in cui ero comodamente seduto mi cullava e mangiavo il panino che aveva un sapore vicino al sublime. Così ancora caldo da riportarmi alla mente le forme morbide di Serena e quel suo profumo forte, quel suo sapore intenso, labbra rosse da baciare, seni da consumare e fianchi da allargare… un mondo in cui fare l’amore…
-Mi dai cento lire-
-No-
E non ho pianto, anzi ho ripreso il flusso interrotto dei miei pensieri fermati ai fianchi di Serena che si aprivano per accogliermi e ho anche dato un altro morso a quel panino succulento che se anche gli altri viaggiatori, uniti per sei ore dal medesimo destino, avessero provato il mio stesso piacere quello scompartimento avrebbe assistito ad un orgia di sensi e non al noioso ma suadente cullarsi del ritmo dispari di un treno in corsa.
Io e Serena avevamo fatto l’amore giusto prima di andare a prendere il treno. Ci eravamo fermati in macchina, nel cortile vuoto e nascosto di una casa in costruzione tra le colline sopra il mare che la domenica pomeriggio non ci passava mai nessuno e avevamo consumato senza perderci un secondo che poi fino a sabato dopo non sarebbe stato che telefonarsi e pensarsi e organizzarsi che il tempo era poco, era tiranno, era bastardo, e dovevo pensare sempre a tutto io, e dovevo pensare al dove, al quando, e prendere il treno e farmi sei ore ad andare e sei per tornare, dovevo pensare a cercare i posti che a casa non si poteva mai che c’era la nonna o c’era tua madre e che cazzo perché qualche volta non vieni tu che così magari capisci quanto è pesante fare il pendolare per tenere insieme uno straccio di rapporto che alle volte sembra che lo voglia solo io e….
-Mi dai cento lire che non ho i soldi per il biglietto-
-NO, CAZZO-
E non ho pianto, anzi ho ripreso il flusso interrotto dei miei pensieri e ormai non stavo più facendo l’amore ma stavo litigando, stavo tirando fuori tutti i rancori, i compromessi fatti ma sempre ritenuti sbilanciati, i miei e mi immaginavo anche i tuoi anche se i tuoi erano minima cosa rispetto ai miei, insomma io mi faccio avanti e indietro, su e giù ogni maledetta settimana, costringendo qualcuno, magari, ad accompagnarmi in stazione o a venirmi a prendere una volta arrivato e che cazzo mi guarda sto qui davanti a me, ma leggiti il tuo libro da bambino piccolo, diavolo hai cent’anni e ancora ti leggi “Le Tigri di Mompracen”, ma non lo hai letto alle elementari io l’ho letto subito dopo “Quo Vadis”, sì perché il mastro in terza, o era la quarta ci diede da leggere “Quo Vadis”, mi ricordo solo di Licia, bella come solo la purezza può essere così bella, “Quo Vadis, Domine?”.
Certo che a leggere di queste cose da piccoli poi si resta colpiti per tutta la vita e anche per la prossima, meglio leggere della perla di Labuan, anch’ella bella ma di certo non pura come un giglio…
-Dai dammi cento lire-
-E NO CAZZO NO, non te li do cento lire che poi ti servono solo per comprarti la droga, NO e se non la smetti chiamo il controllore-
-Oh ma che cazzo vuoi ma vaffanculo-
-A CHI VAFFANCULO, O CRETINO ADESSO TI…-
-…-
-…-
E non ho pianto. Ho dormito, ho sognato ma sono stati sogni agitati e… “Oggi vi ricaricherete di tutta l’energia necessaria per portare avanti i vostri impegni”… mi sono svegliato nel mio letto con uno, alla radio, che leggeva l’oroscopo.
Ci sono cento lire appoggiate sul comodino, le ho trovate ieri sera mentre guardavo un vecchio portafoglio che ho trovato in un cassetto. Il portafoglio era vicino ad una lettera mai aperta.
E non ho pianto al flusso ininterrompibile di ricordi.
I sette (1^ Parte)
Io sono ignorante, ma ignorante vero.
E data la mia ignoranza profonda sono obbligato a cercare negli altri risposte, sempre.
Io ho preso 36 alla maturità e non sono andato oltre, non mi sembrava il caso, sul tabellone accanto al mio 36 c’era un asterisco, che in realtà era una zanzara spiaccicata, ma che io ho sempre interpretato come un “lascia perdere, rassegnati, prova a trovarti un lavoro ‘no thoughts’, se ci riesci e vivi tranquillo”.
Così ho deciso di fare il programmatore di computer, un lavoro perfetto per vivere senza pensare. Lasciamo che siano i computer a pensare per noi, a fare per noi, a ripetere ossessivamente gesti compulsivi al posto nostro così noi abbiamo tempo per coccolare la nostra profonda ignoranza, magari ripassando di volta in volta i vari sette.
I sette nani, i sette re di Roma, i sette giorni della settimana, i sette samurai, i sette colli, i sette mari, i sette continenti, i sette peccati capitali, i sette principi della croce rossa italiana, i sette Emirati Arabi, i sette bracci della Menorah, i sette doni dello Spirito Santo, i sette chakra, le sette meraviglie del mondo antico, le sette Pleiadi, le sette arti liberali, i sette simboli dei numeri romani, le sette sorelle, I sette oltraggi all’ordine dei saggi di Ossian, i sette colori dei sette veli della danza di Salomè che poi si sta a pensare a quanto doveve essere bella prima e dopo la danza sempre che di danza si trattasse veramente, i sette savi, i sette ospiti di Marta nel “Disastro su Vladivostok”, i sette coriandoli che scendono nel fiume verso il mare ma nessuno di loro riuscirà a raggiungerlo, le sette spose per sette fratelli, le sette catene al collo della Madonna di Saint Mon Parn.
Io sono ignorante, ma ignorante vero e ignoro che oltre il sette c’è l’otto e che sotto l’otto si cela addirittura un mondo come io non l’ho mai visto.
Mio fratello è medico e quando sto male do ascolto a quello che lui dice, sono ignorante e di qualcuno mi devo fidare ciecamente.
Mia madre era maestra ora è in pensione ed ogni suo ordine era ed è tale. Se mi dice pettinati io automaticamente vado in bagno, prendo il pettine, e lo passo tra i capelli, anche se ormai sono completamente calvo.
Mio padre era Geometra al comune e gli sarebbe piaciuto che anch’io facessi il Geometra, magari al catasto, ma io ho fatto il programmatore di computer, anche se una volta mi chiesero di fare il programa per il catasto della Romania. Risposi che ero troppo ignorante per farlo.
Mio cugino è Geologo e cerca il petrolio in Africa.
Una mia cugina si è rotta il braccio durante una partita di scacchi in un torneo del suo paese. E’ finita persino sul giornale.
Mio fratello minore vola. Una mattina si è svegliato, ha messo le ali ed è volato via. Ogni tanto lo vedo che fa una picchiata sopra casa.
Mia Moglie mi lascia parlare con le mie bambine ma solo in presenza dei suoi sette burberi fratelli.
I sette Nani sono: Dotto, Brontolo, Mammolo, Eolo, Gongolo, Pisolo, Cucciolo.
Le mie bambine hanno ognuna di loro una tazza, la prima con su Mammolo e la seconda Cucciolo e guai a sbagliare tazza.
I sette re di roma sono: Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo.
Io e Anco Marzio si andava a scuola assieme. Abbiamo tutti e due fatto le elementari a Monza. Era il 1970 quando lui mi disse di essere la reincarnazione di Anco Marzio. Io sono ignorante vero e gli credetti. Adesso è deputato che se lo sapessero i suoi colleghi… ma magari ha ragione lui.
I sette giorni della settimana sono: Lunedì, Martedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato, Domenica.
Io il lunedì vado a lavorare ma non è che ne abbia tanto voglia, forse perché è il primo di cinque lunghissimi giorni di lavoro. Però a me il mio lavoro piace soprattutto se lo posso fare stando seduto, ma volte mi tocca farlo in piedi che i posti sono limitati.
Io faccio il programmatore, dico ai computer cosa devono fare, ormai siamo rimasti in pochi, la maggior parte se lo dicono da soli, i computer, le unità elaboranti.
Io li coccolo e loro obbediscono.
Bisogna essere molto sensibili, c’è rischio di offenderli e un computer offeso computa male.
I sette samurai sono: Kambei Shimada, Katsushiro Okamoto, Gorōbei Katayama , Shichiroji, Heihachi Hayashida, Kyuzo, Kikuchiyo.
Non ho mai visto il film e non l’ho mai voluto vedere ma una volta ho letto i loro nomi, tra un programma al computer e l’altro e si sono scolpiti nel mio piccolo immaginario ignorante.
Ho pensato che forse mi sarebbbero venuti comodi in futuro, che ne so se un giorno avessi dovuto far colpo su di una giapponesina.
Magari le avrei sussurrato nelle orecchie Shimada Katsushiro e lei mi avrebbe languidamente risposto Kambei, Kambei, Kambeiiiiiiii.
Sono ignorantissimo.
Ignoro persino il numero delle mie scarpe e il colore dei miei occhi. Non ho specchi in casa, ho solo acqua pura in vasche di corallo.
I sette colli di Roma sono: Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale.
Sull’Aventino ci si ritirarono i partiti quando Mussolini prese il potere.
Sul Campidoglio le oche starnazzarono e svegliarono le guardie che i barbari stavano per entrare.
Sul Celio c’è un ospedale, ci ricoverarono un mio amico che si era cappottato con l’autoblindo durante un’esercitazione in caserma. Vi entrò e non vi uscì, gli piacque il posto, si vede, ma porca eva proprio a te è toccato morire di leva.
Dell’Esquilino non so nulla, magari è solo un posto di passaggio e ci stanno le graziose che di notte viaggiano appresso alle botteghe, oppure non c’è nulla… ah no, c’è via Merulana con quel pasticciacio brutto, quello di Gadda, quello del giallo senza colpevole perché è ovvio il colpevole è lo scrittore perché è lui che ha commesso il reato, sono sempre gli scrittori che commettono i reati in letteratura, magari solo per il semplice fatto di averli scritti e inventati di sana pianta. Signori un crimine una volta inventato è fatto. il colpevole è Gadda, ma non ditelo a nessuno.
Sul Palatino Romolo e Remo bevvero il latte dalla lupa, io meno prosaicamente ti conobbi e compresi un attimo troppo tardi che quella conoscenza sarebbe stata poco fruttifera. Mi hai sparato due volte al giorno per sei lunghi anni ogni giorno prima di pranzo. E quegli spari fanno male, cazzo, fanno veramente male.
Sul quirinale ci sta il presidente ed un continuo salire sul colle a conferire con lui. Io ne ho conosciuti parecchi di presidenti e quello che mi è stato più simpatico di tutti fu Saragat, quello che dicevano che era sempre ubriaco. Sarà ma mi sarebbe piaciuto fosse mio nonno io che i nonni non li ho conosciuti. Le mie nonne però sì.
Così resta solo il Viminale ma io non ci sto e mi tengo gli altri sei.
I sette mari sono: Mar Egeo, Mar Nero, Mar di Marmara, Mar Ionio, Mar Rosso, Mar Tirreno e Mar Adriatico.
Io sono nato al mare, dalla finestra di casa mia, mentre nascevo, si vedeva il mare Adriatico, era Marzo, aveva nevicato da poco ma la primavera era in agguato con i suoi primi tepori e le sue piogge improvvise.
La voglia di navigare, di andare via, di essere sempre in movimento penso derivi da quel parto con la finestra che dava sul mare. Attenzione ho parlato di voglia e non di effettivo viaggiare, che è tutta un’altra cosa e presuppone organizzazione e fatica. Cose ben lungi dal voler essere affrontate. Perché i sette mari degli antichi così piccoli e locali se visti dall’alto sono talmente immensi nello spazio e nel tempo che creano vertigini a pensarli tali.
Uno dietro l’altro, un unico mare su cui ci siano affacciati bambini sapendo che quello sarebbe stato il nostro futuro e che dall’altra parte, da qualche parte, qualcuno o qualcosa ci aspettava.
Ovviamente sta ancora aspettando perché a quella finestra ci siamo affacciati, abbiamo dato un occhiata fuori, abbiamo visto l’immensa distesa, ed era solo il mare adriatico figuriamoci se fosse stato un oceano, e abbiamo avuto paura.
Abbiamo pensato di essere circondati, a ragione, abbiamo pensato che saremmo potuti annegare, a torto, abbiamo pensato che prima avremmo dovuto studiare e che magari volare era meglio di navigare ma volare e navigare sono esattamente la stessa cosa, cambia solo il fluido in cui si galleggia.
Nel mar Egeo ho visto l’alba e l’ho inseguita fino ad Smirne poi mi sono addormntato guardando la luna, come papera con le pinne da sub.
I sette continenti sono: Africa, Sudamerica, Nordamerica, Antartide, Asia, Europa, Oceania.
In Africa ho perso mille anni di vita inseguito da una belva feroce che si chiamava Arturo. Arturo pensava che la sua acqua fosse sacra. Siamo partiti assieme per Brasilia via Rio de Janeiro e arrivati abbiamo trovato erbaccia fitta e cani sciolti e libertà di pensiero ridotta la minimo sindacale.
Abbaino usato un pullman locale e arrivati in aeroporto abbiamo troavato un volo per Los Angeles carico di banane e sanguisughe. – Volare è come rifornirsi di aria pura – diceva il comandante tra un frutto e l’altro mentre un ragno grosso come un pugno gli camminava su di una spalla, – Volare è sapere che prima o poi si tornerà a terra come è irrilevante perché finché volate siete vivi – e il grosso ragno dalla spalla scendeva giù fino alla mano e arrivato alla mano faceva un salto fino alla liana più vicina, non avete mai visto un ragno saltare? Non siete a Charapaguanà un posto così isolato dal mondo che il concetto stesso di isolato e ignoto. E così mentre da Los Angeles si andava a Melbourne siamo finiti in questo posto assurdo in cui i ragni saltano, le bottiglie si riempiono alle fontane e l’pamore è una dose al giorno lontano dai pasti. -E’ un naufragio volante – disse il comandate – e passatemi da bere ancora un po’-.
Grazie ad un ragno ancora più grosso e ad un meccanico che si chiamava Tino che ci aggiustò parte dell’aereo, saltando di isola in isola arrivammo fino alla civiltà moderna dove un marinaio di passaggio ci permise di salire sulla goletta della Regina del passato, presente e futuro. Le pugnette e il poco sesso dipingevano le notti di feroci mal di testa ma per lo meno si viaggiava ed il vitto non era poi così malaccio. Il giro del mondo ci avrebbe dovuto riportare da dove eravamo partiti ma nessuno se lo ricordava così decidemmo di fermarci a Parigi, aprire una panetteria per poeti e ritirarci dentro ad un ventre di vacca.
Fallimmo in meno di tre mesi, non c’è pane per i poeti.
(Fine Prima parte)