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Fuori bordo ti intravvedo nell’acqua
Sì mi piaci, lo giuro.
Non è che è passato un turno di campionato e ho già dimenticato il tuo nome.
No, mi piaci ancora.
Ho ancora il pensiero che tu possa essere con me
o comunque nei dintorni
o comunque in quel bordo che da un momento all’altro può precipitarti addosso.
Un po’ come una musica nota ma quasi dimenticata che riesplode d’improvviso lasciandoci incerti.
Ma no, io so chi sei, lo so, ci siamo frequentati a lungo due, no, tre vite fa.
Ti ho riconosciuta
tu eri in un cinema e io nel bar di fronte,
tu eri in macchina e io a piedi che correvo per prendere l’autobous
tu eri in farmacia che imploravi la medicina per tuo figlio e io ero al di là del bancone.
Sono tre vite che ti inseguo
sono tre santi che vedo in processione
per dar conto delle volte che sei arrivata e poi andata.
Dai non ridermi in faccia
è così
l’ho scritto sulle pietre che ho in tasca
e sul blues della paginetta di diario dove c’era la tua fotografia.
Eppure correvo così forte che avresti potuto prendermi con un solo bacio
e invece me ne hai dati quattro uno per punto cardinale.
Domani guarirò dalle ferite inferte
domani guarirò dall’odore del mare
domani guarirò dal figlio che hai visto nell’acqua…
*on air Over and Over Rachel Yamagata
Incipit
Già la casa, la nostra, la loro, l’essenza stessa dell’essere nel proprio.
Mi ha sempre incuriosito il fatto che gli anglosassoni chiamassero casa house o home, differenziando l’edificio da quello che lo stesso rappresenta.
La mia professoressa d’inglese, ma mi immagino lo facessero tutte, ci spiegava la differenza dicendo che house erano i mattoni mentre home era il focolare domestico. Solo quando vidi il film “Comin’ Home”, quello con Jane Fonda e John Voigt ne compresi, però , la reale differenza. Quel tornando a casa significava tornare nel proprio a prescindere. E quel proprio può essere ovunque ma guai quando quel proprio non c’è, non c’è più o peggio pensavamo ci fosse e invece non c’era mai stato.
Così quando alla fine Bob si incammina nell’oceano e scompare ho pensato a cosa avrei fatto io se tornando a casa non l’avessi trovata.
Avevo diciassette anni allora, andavo il collegio e tornavo a casa solo quando c’erano le feste comandate e per le vacanze estive e fino ad allora il pensiero casa/focolare non mi aveva mai sfiorato ma quando l’anno dopo finii la scuola e tornai definitivamente a casa… casa non c’era più, tutto era cambiato, non c’era Michela, non c’era Paolo, non c’erano le penitenze, non c’erano nessun contatto tra il me che era partito e che si aspettava di ritrovare casa sua al ritorno e il me che era arrivato e che casa sua era da qualche altra parte.
Dove?
Non è dato sapere.
Da allora house e home hanno quasi sempre coinciso.
E allora, dai dimmi dov’è casa mia?