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Archivio per gennaio 2012

Non Qui

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Ho acceso una luce e illuminato la scena.
Per terra un foglio di giornale e i tuoi occhiali, sporchi di qualcosa.
Un bicchiere è appoggiato sul tavolo, due dita di una bevanda giallognola, all’apparenza whisky. Accanto al bicchiere un biglietto del tram, vidimato, e una penna biro blu senza tappo.
I tuoi guanti di pelle accanto alla tua sciarpa. E’ tutto ben piegato e stonano quegli occhiali per terra. Vorrei raccoglierli, pulirli, metterli al loro posto.
Non posso.
Mi è stato ordinato di non toccare nulla, di guardare e di capire se c’è tutto o manca qualcosa.
Be’, di sicuro, manchi tu, anche se un po’ ovunque ci sono segnali di te.
Guardo la libreria, non noto niente di strano, mi sembra che manchi un libro di cucina che avevamo comprato da poco, ah eccolo è appoggiato sul tavolo accanto alla biro blu.
Osservo meglio. Il libro è chiuso ma c’è una pagina con un’orecchia.
Faccio presente della cosa al mio accompagnatore.
Con attenzione controlla il libro e poi lo apre alla pagina con l’orecchia.
“Fettuccine al sugo di noci e capperi.”
La penna blu ha tracciato un segno sotto la parola “attesa.”
Dopo un’attesa di una trentina di minuti. E il blu che sottilinea “attesa”.
Solo quello.
Nient’altro.
Un po’ poco come messaggio.
Di fronte alla libreria c’è la parete bianca, li c’era appesa una stampa di un vecchio manifesto pubblicitario, non c’è più, si vede il segno. No, non l’hanno rubato, lo abbiamo portato ad aggiustare il vetro che io ho rotto giocando a tennis. In casa, io e te, con a wii, ho tirato indietro il braccio con foga e ho incocciato il manifesto con il mio wiimote. Tu ti eri arrabbiata perché avevo il vizio di togliere i guscio protettivo. Avevo pulito tutti i vetri e il giorno dopo avevo portato il manifesto ad aggiustare. Peccato stavo vincendo e il premio sarebbe stato…
Lo sguardo del mio interlocutore si fa interrogativo e seccato, cambio discorso e continuo a guardare in giro.
Manca il portacenere, sì il portacenere, quello che ti regalò tua nonna, uno strano pezzo di pietra che una volta ti cadde dalla mani sul tavolino mentre buttavi via le cicche e ci fece un buco. Vede è ancora lì, il buco.  Si fumava.
Sulla sedia una copia di un manuale di fotografia e la tua Nikon, senza obbiettivo, solo il corpo. Anche quello comprato di recente. L’obbiettivo è nella sua scatola, lì sopra quello scaffale, sì proprio quello. Vede è dentro.
Il tuo portafoglio è accanto al computer. Il mio interlocutore mi dice quello che ci ha trovato dentro. Dico che mi pare ci sia tutto, di solito non abbiamo mai molti soldi in contanti, giusto quei pochi euro per le spese minute, mi pare strano che nel tuo ci siano addirittura cinquecento euro. Magari avevi da fare qualche spesa.
Sono anestetizzato, non sento e non provo nulla.
Guardo la nostra foto appoggiata sullo scaffale sopra la televisione, sorridiamo, siamo al mare ma è inverno, fa freddo, tu hai la sciarpa e il piumone, ma c’è il sole, io ho gli occhiali da sole. Eravamo a Viareggio. Ricordo che ce la facemmo scattare da uno che passava. Eravamo felici. Volevamo documentarlo.
La sciarpa copriva la tua guancia ferita. Io amavo quella cicatrice che secondo te deturpava il tuo volto. Non ti ho mai visto senza.
- No, all’apparenza non manca nulla -
- Ne è certo -
- Sì, cioè dovrei guardare nei cassetti… -
- Non tocchi nulla -
- D’accordo -

Spengo la luce, la stanza ripiomba nel buio, sento dentro di me la tua risata, fuori sento un clacson.
Fa fresco.
All’orizzonte sale il fumo di una ciminiera.
Forse un urlo forse il verso di un uccello
Mi accoccolo nel giubbotto, mani in tasca, seguo silenzioso l’uomo davanti a me.

- Lei ha qualche idea di quello che potrebbe essere successo? -
- No! -
- La sua macchina? -
- Non ho macchina, viaggio quasi sempre a piedi, in queste piccole città è tutto a portata di mano e quando devo andare più lontano, be’ ci sono i mezzi, o gli amici o sì lei aveva una macchina -
- La vede? -
- Si è lì parcheggiata -
- Ha le chiavi? -
- Non qui -

Scritto da attraverso

gennaio 27, 2012 alle 5:12 pm

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Il Cormorano

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Salve sono un uccello.
- … -
No, non sono l’uccello padulo, ormai siamo nel ventunesimo secolo e questa storiella la sento da almeno tre secoli, suvvia ragazzi.
Dicevo: Salve sono un uccello.

- UCCELLO! -

No, no non in quel senso lì, anzi io sono di molto intelligente, insomma nel mio stormo sono tenuto molto in considerazione.
Io sono un uccello e per l’esattezza sono un Cormorano

- Ohhhhhhh -

Me lo aspettavo, cioè voi siete stupiti che io sia un cormorano non che vi stia parlando. Insomma non è normale che un cormorano parli, non è nell’ordine delle cose. I cormorani al massimo si tuffano nei laghi a prendere pesci, a proposito io lavoro per il pescatore Felice… no non nel senso che è felice nel senso che si chiama Felice. Oltretutto lui come persona è molto triste. E’ un cinese con gli occhi normali tanto che quando nacque il suo papà mica era tanto contento e dovettero parlargli a lungo per convincerlo che quel bimbo con gli occhi rotondi e il capello biondo fosse veramente suo figlio. Tranne che in un film di Tarantino quando mai si è visto un cinese biondo?
Comunque dicevo che io lavoro per Felice, un pescatore cinese e il mio lavoro è pescare. Cioè mi tuffo, prendo un pesce, vorrei ingoiarlo come la mia natura reclama ma un anello al collo mi impedisce di ingoiare così risalgo da Felice che mi prende per il collo  e mi toglie il pesce dal gargarozzo e poi mi rimanda a pescare. In un giorno possso tirar su anche una cinquantina di pesci da solo. Felice poi la sera mi toglie l’anello e mi lascia due o tre pesci da mangiare. Non è una vita da sballo , lo so, ma mi permette di stare dignitosamente che , di questi tempi, soprattutto qui da noi, in Cina, per un Cormorano non è poi così scontato.
Mio cugino è stato fatto arrosto. Ci hanno mangiato in quattro cinesi. Il giorno dopo ho fatto il record di pesci pescati. E ho sentito Ciun-liò dire a sua moglie Ciun-lià  - Finché pesca così ce la possiamo ancora fare –  e poi andare a prendere la pentola per fare il riso basmati – ho lasciato guano dappertutto.

Noi Cormorani voliamo voi umani no.
Noi Cormorani peschiamo, voi umani pure usando noi Cormorani, lo fate anche senza? Bravi.
Noi cormorani facciamo le uova, voi umani allattate la prole.
In Norvegia noi Comorani siamo sacri.
Nel resto d’ Europa ci sparano perché siamo troppi e mangiamo il pesce.
In Cina ci usano per pescare.
Come è strano il mondo, non potrebbero farlo anche in Europa?

Il pescatore felice mi vuole bene.
Anche io voglio bene al pescatore felice un po’ meno a Felice il pescatore ma va bene lo stesso.


Ieri il pescatore Felice è morto di vecchiaia mentre eravamo fuori a pesca.

….
Salve sono un uccello, per l’esattezza un Cormorano e… qualcuno mi toglie questo anello dal collo?
C’è nessuno che mi toglie questo anello dal collo?
C’E’ NESSUNOOOOOOOOOOOO.
Per favore…
Ma come cazzo si dice “…qualcuno mi toglie questo anello dal collo che Felice è morto?”… in cinese?

Scritto da attraverso

gennaio 25, 2012 alle 3:25 pm

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Che fatica!

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Adesso vado in palestra a correre. Che fatica. Lo dico qui e non su Facebook perché qui faccio letteratura su Facebook faccio il diario.
Faccio letteratura significa che invento la realtà che poi magari è più vera della realtà di tutti i giorni perché è quella che provo a vivere.
Su Facebook invece la realtà l’aggiusto. Dico bugie, faccio il brillante, flirto con la vicina, mi invento possibili scenari che differiscono dalla reltà quel tanto che basta per esserci senza esserci veramente. Un po’ come dire una sacrosanta verità molto offensiva e poi aggiungerci un – scherzo! – così che l’interlocutore non possa offendersi e anzi ci da, virtualmente, di gomito.
“Sei una grossa testa di cazzo [Faccina] e ahahhahahah”
Guardati bene allo specchio amico, sei veramente una grossa testa di cazzo. Ma questo mica lo diciamo a lui, lo diciamo ad Hans sul blog.
Ecco su Facebook impariamo a mentire perché la realtà virtuale non può puzzare veramente, la realtà virtuale è fatta di immagini, canzoni, pochi ponderosi dialoghi, indignazioni feroci perché tanto è facile indignarsi per il capitano che non è risalito sulla nave.

[O.T. Mode on]

A nessuno è venuto in mente che al telefono, al calduccio della propria poltroncina, sono buoni tutti di dire “Comandante risalga sulla nave, cazzo! E’ un ordine”. Sono capace anche io però poi ieri ho sbattuto contro la macchina di fronte durante un parcheggio, forse ho fatto anche cento euro di danni, ma sono andato via , di nascosto, come un ladro nella notte. Ho abbandonato il luogo dell’incidente, occhio non vede cuore non duole.

[O.T. Mode off]

Ecco Facebook è il luogo dove possiamo mentire agli altri e a noi stessi, quando facciamo letteratura no. Che senso avrebbe mentire mentre creiamo altri mondi, mentre siamo gli dei del nostro personalissimo mondo, mentre facciamo letteratura.
E allora facciamo dire a Luca che ama Rita e che Rita è un stronza e in realtà lo stiamo dicendo a qualcuno che conosciamo molto bene. Perché mentre facciamo letteratura raccontiamo una storia e questa storia è tanto più verosimile quanto più è vero quello che noi diciamo.
[Nome a scelta] ti amo e sei una stronza. Hai fatto polpette dei miei sentimenti e non ti perdonerò mai più.
Anche se non stiamo parlando di noi stessi in qualche modo stiamo descrivendo i nostri sentimenti. Coccolo a tal punto quella ferita da renderla sanguinante a richiesta. Siamo come un attore che deve piangere per girare una scena e tanto più vero sarà quel pianto tanto più realistica sarà quella scelta. Alcuni attori, quelli veramente bravi, si consumano veramente.
Quando è morta mia nonna l’ho sognata che mi diceva “qui si sta male”. Ecco che coccolo la ferita della morte di mia nonna o di qualcuno a cui ho voluto veramente bene per scrivere della morte.
Su Facebook no, su Facebook si scrivono quelle frasi tipo: che la terra ti sia lieve, R.I.P., Sic.  E lo faccio io per primo mica solo gli altri. Ci si reinventa una realtà irreale perché non siamo veramente colpiti da quella morte quanto meno non più che dalla morte di una qualsiasi persona che conosciamo per averla vista magari un paio di volte dal prestinaio.  E allora facciamo la faccia da circostanza ma non è realtà non  scriveremmo mai di nostra nonna: che la terra ti sia lieve, mai. Piangeremmo il suo ricordo, coccoleremmo quel dolore fino a renderlo parte stessa della nostra vita.  Quel ricordo E’ noi.
Ecco è più vera una singola pagina di letteratura di tutte le parole su FB.
Ma è ovvio, non può essere altrimenti. Qui non c’è una realtà da addomesticare, da rendere fruibile a chi comunica con noi, qui ci siamo noi, le nostre parole, i nostri sentimenti, i nostri reali cazzi.
Porca puttana Maria ti amo, non mi puoi trattare così, non puoi farlo proprio ora, proprio adesso.
E il pianto non è mai realmente finto anche se magari non è di adesso ma di cent’anni fa. Ma se lo abbiamo coccolato bene, alimentato con amore e passione, è ancora tutto lì, pronto all’uso, pronto ad essere messo in pensieri e parole, amore.

Ti odio Michele, avevo riposto in te tutte le mie speranze e adesso ho solo un vestito, sporco, un’automobile rotta e tremila lire in monetine. Mi basteranno per un panino?

Scritto da attraverso

gennaio 23, 2012 alle 2:45 pm

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Ecco avrei voluto non esserci
quando mi avete detto di seguirvi,
di collegarmi al vostro pensiero
e di esserci sempre,
magari devoto ed in preghiera.
Ecco, avrei voluto non esserci.
E vi pare poco?
Così io non ci sarò
quando alla fine farete l’appello
quando vi conterete e vi sentirete
io non ci sarò.

E probabilmente sarò da solo.
Attaccato a quell’ultima freccetta
che invece di colpire il centro
del bersaglio posto a 237 centimetri
si affloscia sulla sedia
in attesa che qualcuno la prenda.

Ecco avrei voluto non esserci e
magari di sfuggita dare un occhiata
per sbagliare il rigore
e mancare la notte del primo bacio.
Non esserci stato quando attraversammo
il confine abbracciati e sconfitti.

Ecco che così,  in ultimo, ci sarò
ma non vorrei esserci.

E avrò inutilmente giocato.

Scritto da attraverso

gennaio 19, 2012 alle 10:11 am

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Ho provato a scrivere una poesia

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Ho appena provato a scrivere una poesia. Cazzo non ci sono riuscito. O meglio ad un certo punto la mia poetica si è schiantata sulla parola livore, che è proprio una parola anapoetica, cioè come cazzo si fa a mettere livore in una poesia e poi magari struggersi nel pronunciarla.
Bleah.

“Dai amore non lasciarmi proprio ora
che ho scritto la canzone più brutta per livore”

Allora ho provato piano, piano a scriverla meglio.
Ho provato a cambiare livore con astio.
Ecco è già meglio.
Sembra quasi una bestemmia laddove livore ha invece un odore di pesce vecchio.
La bestemmia comporta comunque un moto passionale verso un essere metafisico che non si può liquidare con un po’ di deodorante, ci vuole del fegato a prendersela con un essere onnipotente ed onniscente.
Per cui:

“Dai amore non lasciarmi proprio ora
che ho scritto la canzone più brutta per astio”

No no no non va bene, non ci sta devo riprovare, e non suona più, mi sdrucciola via, scappa , pare una limonata senza zucchero. Sia quell’ora e quell’astio fanno proprio a pugni ed anche il concetto stesso mi pare una vaccata.
Devo rifleterci su un altro po’.

[Specchio riflesso, Specchio riflesso]

Dai amore (questo va bene, funziona sempre)
non lasciarmi proprio adesso (ecco adesso ed ora sono sinonimi ma adesso è più morbido)
che ho scritto una canzone (la canzone buca sempre [una canzone per te] [l'hai voluta e adesso è qui la canzone mia per te] etc etc etc)
solo per far sesso (be’ almeno è un sentimento sincero).

Dai amore (la ripetizione rafforza)
stammi più vicino (brrrrrrr da paura)
non mollarmi ora (a cosa avrò mai pensato)
e fammelo un [NOOOOOOOOOOOOOOOO]
panino (fiuuuuu la vecchiaia aiuta)

Ma non è bellissima sta poesia?

Scritto da attraverso

gennaio 16, 2012 alle 4:14 pm

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Giunchetto e il maggiolino, il Boss e la 12 corde con 6. (Epilogo e varie ed eventuali)

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La storia che ho finito di raccontare è la storia di quando andai a vedere il concerto di Bruce Springsteen a Zurigo. Era l’11 Aprile del 1981. Eravamo più giovani e indubbiamente più buoni.

Il boss, nato nel 1949, aveva 32 anni ed era un vero e proprio animale da palcoscenico. Il concerto durò tre ore e ancora adesso, e cazzo sono passati più di 30 anni, lo considero uno dei più bei concerti che abbia mai visto due spanne sopra Jackson Browne al Parco Delle Basiliche nel 1982, alla pari con Van Morrison al Rolling STones e Dirk Hamilton al Bloom secondo solo, forse, ma è solo una questione di cuore, a Dave Essig a Sesto Calende quando io Franco e Roberto, il sosia di Jimmy Page, ci alzammo chiedendo a gran voce “On my mind” e lui, ridendo, ci disse che non se la ricordava.
Perché il bello di andare a vedere certi concerti è che dopo un po’ ci si conosce tutti e se poi i concerti che si guardano non sono quelli da ottanta milioni di persone a San Siro ma concerti in sale non proprio di prima scelta ci si parla e nascono e muoioni grandi amori, nascono e muoiono amicizie secolari, si parla persino con i cantanti a fine concerto chi conosce l’inglese e chi no si limita a guardarli rapiti e a sentire la traduzione da parte dei propri amici.

Comunque il boss era il boss e anche se non ancora maledettamente conosciuto abbastanza da scatenare un’orda di fans italiani verso Zurigo, compresi noi assidui frequentatori del Carillon di via Cavallotti a Monza.
La storia raccontata è, ovviamente, quasi tutta finta, di vero c’è poco però:
Il protagonista, di cui non faccio mai il nome e Rita sono esistiti veramente, partirono per vedere il Boss che erano la coppia più salda mai conosciuta e tornarono separati. Non hanno mai raccontato il perché e dopo un po li abbiamo persi vista però la curiosità mi è rimasta e allora mi sono inventato questa storia.
Giunchetto, Joe e i tre tossici sono veri.
Giunchetto sono io e così mi chiamavano alcuni personaggi al Carillon compresi i nostri pusher di Springsteen attualmente medici di fama mondiale. Il ‘Berto nella realtà ha sposato una mia vicina di casa, anch’ella medico, che ha turbato i sogni di tutta la mia adolescenza.
Joe stava con la Valentina che asssomigliava incredibilmente a Kate Bush, o almeno così me la ricordo ed era il proprietario della macchina con cui partimmo alle sette io, lui e i tre tossici. Ci fermarono alla frontiera e ci perquisirono e uno dei tre tossici fu trovato positivo all’eroina. Aveva nascosto mezza dosa in un pacchetto di sigarette e così fummo rispediti indietro. Fortuna volle che uno dei doganieri di Ponte Chiasso ci disse di provare a passare dall’autostrada che tanto ormai eravamo puliti e la comunicazione non sarebbe arrivata prima del giorno dopo. Così facemmo e fortunatamente passammo. Se solo una minima parte di quello che ho augurato al tossico si è avverato il personaggio in questione non ha superato il 1981. Magari sarà colui che mi licenzierà nel 2012.
Hans e Greta sono ovviamente inventati mentre il posto magico ci è stato raccontato in stazione a Zurigo la mattina dopo il concerto quando andammo a fare colazione. Avendoci riconosciuti come reduci del concerto ci chiese dove avevamo dormito e alla risposta che avevamo dormito in un sacco a pelo su di un prato fuori dall’Hallenstadion ci raccontò del luogo magico.
Averlo saputo prima. Anche se a tuttora sono convinto che ci pigliaisse per il culo dato che non parlava una parola di italiano e conversò solo con il tossico positivo che diceva di sapere il tedesco.
La mamma di Greta è vera. E’ la mamma di un mio ex compagno di scuola delle medie. Non so perché mi è venuta in mente mentre scrivevo.
Rita l’ho rivista veramente un paio di mesi fa, per strada, solo che lei è andata per la sua strada e io per la mia anche perché non essendo io il protagonista maschile della storia non avrei propio saputo cosa dirle. Magari se la reicontro le dico che ho scritto questa storia. Magari no e chissenefrega.
Il maggiolino, il protagonista assoluto di tutto, era parcheggiato accanto a nostra macchina.
E mentre piano piano il parcheggio si svuotava e noi prendevamo possesso dei nostri sacchi a pelo lui restò li a guardare la nostra macchina. Poi arrivarono  due ragazzi che salirono in macchina e invece di accendere il motore e andarsene restarono lì dentro a farsi gli affari loro per un bel po’.  Provai una qual certa invidia e così un certo punto mi alzai e andai a farmi un giro per le strade attorno allo stadio e quando tornai al prato il maggiolino non c’era più.
Joe e i tossici dormivano e io mi misi a cantare Racing in the street tra me e me, completa di tutte le parti.
Tonight, tonight the strip’s just right e sono ancora convinto che su quel prato ci sia ancora un po’ della magia di quel giorno, c’è l’ho lasciata io.

p.s. La dodici corde con 6 è la Cimar By Ibanez  di mio fratello che all’epoca avevo, però, già smesso di suonare in favore di una ben più spettacolare Darco By Martin.

Scritto da attraverso

gennaio 6, 2012 alle 9:07 pm

Il maggiolino, il Boss e la 12 corde con 6. (Quarta e Ultima Puntata)

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The Rangers had a homecoming
Sarà stato il pensare che i vent’anni sulle strade di New-york
From the churches to the jails
siano meglio dei vent’anni passati sulle strade di Monza e dintorni
The hungry and the hunted
Explode into rock’n'roll bands

Senza rendersi conto che la meraviglia non è dove vivi ma i vent’anni che stai vivendo.
Sarà stato che eravamo in balia degli ormoni
Sarà stato che quella sera ‘Big Man’ sembrava particolarmente ispirato ed il pianista sembrava suonare solo per noi mentre il boss ci raccontava di un mondo che avevamo appena iniziato a sfiorare.
Sarà stato che le cose arrivano e se ne vanno da sole senza obbligatoriamente lasciare conti da pagare.
Sarà che se quella sera di primavera del 1981 sul maggiolino ci fossi stata tu e non Greta a fare l’amore con me…
Sarà che quando apristi la portiera il Boss stava cantando proprio…
Outside the street’s on fire
In a real death waltz
Between what’s flesh and what’s fantasy
And the poets down here
Don’t write nothing at all
They just stand back and let it all be’
Sarà per tutte queste cose che non parlammo per tutto il viaggio di ritorno e non parlammo mai più nemmeno dopo fino ad oggi.

E sarà per tutte queste cose che rivederti ora, esattamente trent’anni dopo, per caso, ma io e te sappiamo che il caso non esiste, per strada ognuno affaccendato dietro alle proprie cose, io molto sovrappeso e tu, come allora, molto più bella di me e mettersi a ridere come se tutto fosse esattamente come allora, è come se ci fosse ancora un ultimo walzer da ballare assieme prima di lasciarsi tutto alle spalle.
Così siamo andati sotto braccio raccontandoci la storia che avremmo potuto vivere assieme e che invece abbiamo vissuto ognuno per conto proprio.
Io con un ultima canzone scritta la sera prima del concerto e tu con la rabbia dei tuoi vent’anni traditi e tradenti e con un Giunchetto qualsiasi che dormiva su di un prato non lontano dal Maggiolino insieme a tre tossici.
- E Hans? -
- Morto sul K2 nell’85, ne parlarono persino i giornali. E Greta? -
- Qualche volta ci mandiamo gli auguri a Natale -
Ognuno con i suoi figli da continuare a crescere e ognuno con i propri sogni in un cassetto e la propria realtà che chiama al telefono.
E una battuta sulla pancia ed una sul sedere che ha partorito tre figli ma – non si direbbe –  anche se lo dice la natura..
- Non avevi le tette così grosse quando eravamo piccoli -
- E tu non avevi la pancia che sembra un tir con tanto di rimorchio -
E ridere che se fosse una canzone potrebbe essere ‘Meeting across the river’ con due piccoli criminali che si danno appuntamento da qualche parte per saldare i propri debiti, magari con il destino o più semplicemente con il tempo che inganna ma non si fa ingannare se anche tu come me prendi una pastiglia prima di mangiare ed una subito dopo.
Se fosse uno strumento potrebbe essere quella tromba che dilania  quella canzone.
Se fosse una parola potrebbe essere ‘Addio’.
Se fosse una frase intera ‘Magari la prossima volta’
Se fosse un film ci sarebbe una seconda possibilità ma non lo è e ci salutiamo con allegria sapendo che in fondo qualsiasi cosa abbiamo vissuto e valsa la pena viverla.
Diamine Rita, non potrò mai suonare assieme a Clarence Clemons e tu cosa non potrai più fare?

Scritto da attraverso

gennaio 4, 2012 alle 11:14 am

Pubblicato in Da Oggi

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