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Archivio per dicembre 2011

Il maggiolino, il Boss e la 12 corde con 6. (Terza puntata)

con 2 commenti

Mi svegliai che avevo ancora in braccio la chitarra, l’orologio faceva le due.
Non lontano da me russava il messicano di Liverpool. Di Rita e di Hans, a vista, nessuna traccia. Greta era in un sacco a pelo e non era da sola.
Una delle corde era rotta, brutto presagio.
Cercai un posto dove darmi una sciacquata. Era tutto incredibilmente pulito. Sembrava quasi un sogno. Magari ero in un manicomio e stasera altro che concerto, elettroshock. Mi scappò da ridere.
Avevo fame e voglia di un caffè.
Cercai Rita. Non la trovai.
Cercai Hans. Non lo trovai.
Greta mezza addormentata mi venne incontro e nella sua lingua mi disse qualcosa. Non capii. Chiesi lumi mi disse in un tentativo di inglese – Have you some coffe? -
Io e Rita avremmo dovuto passare una bella nottata insieme invece io avevo suonato e cantato con un inglese semi ubriaco e lei… bo?
- No, i haven’t. Maybe can we come out to eat and drink something? – non sapevo cosa stavo dicendo ma Greta sembrava aver capito lo stesso e uscimmo per strada.
C’era un bar.
Davanti c’era parcheggiato il mio maggiolino, all’arrivo non avevo notato il Bar.
Sul parabrezza c’era un biglietto. “Ci vediamo al concerto poi ti spiego, porta anche Greta, dagli il mio biglietto io uso il suo, ci si vede dentro. Bacio, Rita”. Con quella sua bella scrittura rotonda da prima della classe.  Ero abbastanza incazzato e il bilglietto non mi calmò di certo.
Al bar un cappucino e una brioche io un panino lei. Grazie a dio pagò lei.
- And now? – Chiesi a Greta
- Let’s go home – Mi rispose
- La tua? – mi guardò con la faccia interrogativa allora aggiunsi – By car? -
- Jah -
Sarebbe stato un viaggio lunghissimo se la lingua di comunicazione comune continuava ad essere il nostro stentato inglese.
Invece durò poco. Lei abitava che ci saremmo arrivati comodamente anche a piedi.
Mi fermai, scese dalla macchina, la seguii.
Entrammo in una casa che sembrava uscita da un cartone animato di Heidi ma non quando è in montagna, quando è in città. Mi aspettavo solo che la signorina Rottermaier uscisse d’improvviso e mi picchiasse con un bastone. Invece uscì una donnina alta poco più di un barattolo che mi salutò cordialmente con una voce calma e paciosa che strideva con il tedesco che siamo stati abituati a sentire nei film.
Greta mi offrì un giro in bagno e mi fece capire che se volevo potevo anche farmi una doccia. Potrei amarla una ragazza così che capisce al volo i miei bisogni. Guardai l’ora erano le tre e mezza, il concerto era in dirittura, quasi mi dimenticai di Rita mentre facevo la doccia ma il morso della gelosia mi richiamò e… “Dove sei, che fai, ma non dovevamo viverla insieme questa avventura stronza?”
Finita la doccia, mi rivestii, uscii dalla camera e trovai una tavola piena di roba da mangiare. “Magici questi svizzeri”, pensai.
Era quasi ora…
In macchina seguendo le indicazioni della svizzera di lingua tedesca, in realtà più che al concerto pensavo a dove fosse Rita, ecco eravamo arrivati. L’Hallenstadion di fronte a noi. Parcheggiai vicino ad un bel prato verde.
Rita e Hans ci aspettavano davanti all’ingresso.
Il mio ovvio – Dove sei stata -
Il suo ovvio – Sono stata in giro con Hans, mi ha fatto vedere Zurigo e abbiamo parlato – mi sorrise ma c’era qualcosa nel suo sorriso che…
- Tutto bene? – Le dissi
- Sì -
Entrammo. Erano le sei. Mancava un oretta.
- Hai dato il mio biglietto a Greta? – mi fece Rita.
- No, pensavo che dato che siete qui -
- Io vedo il concerto con Hans -

Mi sedetti accanto a Greta in un posto in alto a destra mentre Hans e Rita erano in platea. Ero incazzatissimo. Greta mi prese sottobraccio e mi disse qualcosa all’orecchio , era in tedesco non capii nulla.
Accanto a me, poco più ùn là, c’erano Giunchetto, Joe e tre con la faccia da tossici. Salutai Joe e Giunchetto con un cenno del capo.
Avevo la faccia nera e non mi dissero nulla.

Alle 19.03 gli svizzeri iniziarono a fischiare.
Alle 19.05 si spensero le luci.
Una luce azzurra dall’alto illuminò il Boss

Bum bum bum bum bum bum

“Early in the morning factory whistle blows,
Man rises from bed and puts on his clothes,
Man takes his lunch, walks out in the morning light,
It’s the working, the working, just the working life.” 

- Figa cazzo il boss – dissi a Greta accanto a me.

(Fine Terza puntata)

Scritto da attraverso

dicembre 29, 2011 alle 2:13 pm

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Il maggiolino, il Boss e la 12 corde con 6. (Seconda puntata)

con 2 commenti

“It’ll look like you’re carrying a friend
And remember, just don’t smile
Change your shirt, ’cause tonight we got style “

Così  ’Berto ci diede i biglietti.
- Ci vediamo a Zurigo – ci disse mentre ce li dava – Noi partiamo domani mattina dal Re di Sass col pullman, siamo in una cinquantina, mentre Giò, Giunchetto e tre che non conosco partono dal Carillon. -
Sembravano notizie che ci dovevano in qulche modo interessare. Ma noi andavamo per conto nostro, era la nostra gita. Il boss il concerto lo teneva per noi, mica per gli altri.
Alle sette eravamo di nuovo in marcia, se tutto andava bene per le undici, mezzanotte saremmo arrivati a Zurigo e poi… bo, l’avventura è avventura.  Hans ci aspettava in “Zentrum”.  Avevamo una mappa con su scritto come arrivarci.

Le cose che adoravo di Rita erano:
1) Sapeva guidare la macchina come e meglio di me
2) Anche lei era andata a scuola un anno avanti
3) La prima volta che abbiamo fatto l’amore era la prima volta per entrambi e abbiamo riso dall’inizio alla fine. Oltretutto durante scoprimmo che avevamo un discreta preparazione teorica e che la fonte era la stessa: i giornaletti porno.  A me li aveva passati mio cugino e a lei il figlio del macellaio,  Angelo, che appena possibile si arruolò volontario, firmò e non ne abbiamo più saputo nulla.
4) Aveva una bella voce e quando cantava Joni Mitchell mi faceva uno strano effetto proprio lì.
5) Non mi ha mai detto: “pettinati!”

Le cose che non sopportavo di lei erano:
1) Non stava mai ferma ma mai proprio mai e si sarebbe laureata molto prima di me
2) Mangiava la cicca anche quando facevamo l’amore.
3) Hans.
4) Hans.
5) Hans.

Avevamo conosciuto Hans all’università, lui ci chiese delle informazioni e Rita, come fa sempre se chi ha davanti a sé le piace, non solo gli diede l’informazione ma lo invitò a pranzare con noi in mensa e non smise di parlargli fino a notte fonda.
Hans aveva deciso che doveva imparare tutte le lingue che si parlavano nel suo paese, la Svizzera, dialetti compresi. Una mamma di Mendrisio e un papà di Ginevra e il risiedere a Zurigo aiutava in questo senso ma poi ci aveva messo del suo. Siamo tutti un po’ autistici ed ognuno ha le sue piccole manie. Hans parlava correntemente almeno quattro lingue e aveva solo un paio d’anni più di noi. Ovviamente come tutti gli Hans che si rispettano suonava divinamente la chitarra.
Avevo sempre pensato che la gelosia fosse roba da romanzo d’appendice, evidentemente ero a) giovane e/o b) Rita non aveva ancora conosciuto Hans.
E Hans di qui e Hans di là e così, anche se era ovvio, quando si trattò di organizzarci per andare a Zurigo il primo ad essere contattato fu proprio Lui.
“A casa non ho posto però conosco un posto a Zurigo dove potete tranquillamente passare la notte, portatevi i sacchi a pelo, è una specie di comune dove si può suonare tutta notte, ma volendo anche solo dormire. Il posto è pulito, simpatico e soprattutto ad offerta. Se ce li hai paghi se no, no. L’importante è che si lasci qualcosa, si lasci pulito e non si porti via nulla.”
Mille anni avanti a noi pensai e nel pensiero aggiunsi – Lo odio, LO ODIO, LO ODIO anche se non è vero. Nessuno può odiare Hans.

Arrivammo al luogo di appuntamento che erano le undici, Hans ci aspettava e non era solo, vidi con gioia che c’era una bionda che l’accompagnava. Risi di gusto quando ci disse che si chiamava Greta. Mi guardò storto e ci vollero venti minuti, una birra e tutto il mio non fascino parolaio, per farmi perdonare.
Comunque quel posto esisteva davvero ed era proprio come lo aveva descritto Hans. Ascoltammo e  suonammo e, ovviamente,  dormimmo pochissimo. Chi  aveva voglia di dormire in un posto così tanto il concerto era la sera, mica la mattina.
Hans e Greta restarono con noi tutta notte. Greta era, comunque,  una ragazza simpatica e rabbia doppia rabbia non stava con Hans.
Alle tre e venti io e un tizio che diceva di venire da Liverpool ma aveva una faccia da Pancho Villa cantammo insieme:
I got a sixty-nine Chevy with a 396
Fuelie heads and a Hurst on the floor
She’s waiting tonight down in the parking lot
Outside the Seven-Eleven store
Me and my partner Sonny built her straight out of scratch
And he rides with me from town to town
We only run for the money got no strings attached
We shut ‘em up and then we shut ‘em down

Tonight, tonight the strip’s just right
E Hans e Rita parlavano fitti fitti e Hans teneva le mani di Rita e Rita parlava concitata.
I wanna blow ‘em off in my first heat
E Greta si faceva una canna poco più in la insieme ad un tipo che aveva un bel po’ di dischi del boss in mano.
Summer’s here and the time is right
E le finestre erano aperte, faceva caldo, era primavera.
For goin’ racin’ in the street
“Dai Rita andiamo a farci un giro”, ma Rita parlava con Hans.
Verso le quattro scrissi una canzone che al messicano di Liverpool piacque un sacco, ma solo a lui.

(Fine seconda puntata)

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dicembre 27, 2011 alle 11:56 am

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Il maggiolino, il Boss e la 12 corde con 6. (prima puntata)

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Il maggiolino me lo aveva regalato mio padre per la maturità. Era usato, ovviamente, ma chi lo aveva usato lo aveva fatto con cura per cui funzionava ancora bene e non aveva segni di ruggine nonostante avesse almeno dieci anni.
Rita era arrivata a casa mia verso le cinque, l’idea era quella di approfittare del concerto per passare un paio di giorni a Zurigo e magari approfittare allegramente l’uno dell’altro. I soldi per il viaggio li avevavamo risparmiati mancetta su mancetta durante tutto l’anno. Tra i biglietti, la benzina, l’autostrada  i soldi erano contatati e si sarebbe dormito in macchina e mangiato poco e di certo non al ristorante.
Il Boss arrivava a Zurigo e non avremmo mai potuto perderlo e poi in due sul maggiolino per tre giorni è un avventura tale  che io mi ero portato dietro persino la chitarra e Rita il flauto. Chissà magari una suonata per strada e ci scappava pure un pranzo.

Io e Rita ci eravamo iscritti all’università nello stesso giorno e mentre si faceva la coda ci eravamo conosciuti e annusati un po’.  Così avevamo scoperto di avere la stessa passione per la musica, il boss e Dylan.  Darsi  appuntamento per il giorno dopo al parco a suonare era sembrata un’ovvia conseguenza.
Era il settembre dopo la maturità ed era bello suonare all’aperto sotto al sole che magari dopo un po’ arrivava pure  gente a sentire.
Il maggiolino sarebbe arrivato da lì a poco, comprato da papà, e la chitarra era quella che mio fratello aveva smesso di usare una volta diventato grande. Una chitarra 12 corde a cui ne erano state montate solo 6 un po’ per risparmiare un po’ perché che palle ogni volta accordare tutte e 12 le corde.

Alle cinque approfittammo del fatto che a casa non c’era nessuno per portarci avanti con il lavoro dell’approfittare proficuamente l’uno dell’altro e poi, messe insieme due o tre cose, salimmo in macchina e alle sei eravamo già in viaggio. Io guidavo e Rita sceglieva le cassette da sentire, avevamo gli stessi gusti tranne per due cose: a lei piaceva Baglioni che a me faceva schifo e a me piaceva Guccini che a lei faceva schifo così per farci un piacere reciproco, oltre, evitavamo l’uno e l’altro quando stavamo assieme. Insomma c’era tutta la East e la West coast da attraversare musicalmente per cui di quei due si poteva tranquillamente fare a meno. Prima tappa vialone Cesare Battisti ore 18.30 per ritirare i biglietti dal ‘Berto, uno dei due “loschi” figuri da cui li avevamo comprati. Loro sarebbero andati a Zurigo in pullman all’indomani.

“On a rattlesnake speedway in the Utah desert
I pick up my money and head back into town
Driving cross the Waynesboro county line…”
I deserti dello Utah per il momento ce li potevamo solo immaginare ma ci andava bene anche la pianura padana e i suoi monti all’orizzonte e il mare alle spalle. Ancora nessuno conosceva la padania quale entità politica se non qualche sconvolto tra una salamella e una costina ad un festival dell’unità. La restaurazione non era ancora iniziata, il mondo era ai nostri piedi pronto ad accoglierci, Rosalita saltava leggera qua e là e si rideva di tua madre a cui non piaceva il rock’n'roll.

Rita ce l’hai ancora la sciarpa verde?
No?
Meglio ne hanno completamente distorto il senso.

(Fine prima puntata)

Scritto da attraverso

dicembre 19, 2011 alle 1:46 pm

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Gino e Gina attraversarono la strada (il primo blog)

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C’era una volta…
Un re! Diranno subito i mie piccoli lettori.
- No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un Blog. Non era il più bel blog del mondo ma aveva un suo senso, non era né bianco né nero, era un violetto scuro e parlava di un Gino e di una Gina, che detto così potrebbe sembrare che trattasse di due idioti. No, non è vero, lo escludo, si trattava di un singolo idiota che a volte era Gino e a volte era Gina.
A dirla tutta una Gina ci sarebbe anche stata ma alla fin fine era solo una scusa per scrivere di un Gino e una Gina che si dilettavano ad attraversare la strada e che quando l’hanno attraversata ci hanno trovato la vetrina accesa di un negozio chiuso. Dentro ogni ben di dio ma irraggiungibile a meno di non commettere atti illegali.
Così Gino/a che tale è per definizione si è limitato a guardare la vetrina anche dopo l’apertura del negozio.
Quel blog aveva una sua funzione precisa che era quella di traghettare lo scrittore, perché chi scrive è sempre uno scrittore altrimenti sarebbe un lettore, dalla post adolescenza alla maturità dell’avere una famiglia.
Adesso che ve ne ho parlato potrete anche andarlo a leggere badando bene di entrarvi in punta di piedi perché c’è gente che riposa e non vorrete mica svegliarla.

Sarebbe bene seguire le istruzioni sotto riportate, però.

“Gino e Gina attraversarono la strada”

Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltando attraversandola
(Cesare Pavese)
Parlare delle cose più intime nel completo anonimato di una stazione all’ora di punta circondato da turisti inferociti a causa di uno sciopero non previsto.
Istruzioni per l’uso a chi si appresta a leggere per la prima volta: Il tutto andrebbe letto dal primo giorno, 19 marzo 2004, in avanti, solo così, forse, quello che leggete avrà un senso.

Scritto da attraverso

dicembre 16, 2011 alle 1:58 pm

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La lumaca, il coniglietto, la lattuga e i massimi significati dell’esistenza

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Ecco sollevo la bocca dal fiero pasto.
Ho promesso di raccontarvi una storia ma poi bisogna essere capace di farlo.
Ma parlavo e parlavo, mi sbattevo a parlare.

Ma la storia?

C’era una volta in una piccola casa una lumaca che andava piano piano, come d’altronde fanno le lumache, da un non meglio precisato punto ad un altro che invece era ben noto.

La storia, la storia…

Il punto d’arrivo era una grossa foglia di lattuga caduta da un piano diverso da quello della lumaca a cui, nevvero, poco importava da dove fosse caduta, l’importante era raggiungerla prima che lo facesse qualcun altro.
La lumaca si fermò a riflettere se in ‘qualcun altro’ ci volesse o meno l’apostrofo e ciò le fece perdere circa due milionesimi di lumicini, che translati nella nostra lingua corrispondono all’incirca a due milionesimi di secondo.
E’ veramente strano che due esseri che non hanno punti di contatto comuni abbiamo la stessa cognizione del tempo cosa che farebbe riflettere effettivamente sulla presenza di un’entità superiore che tutto governa o sul fatto che è una fatica anche solo pensarla un’alternativa per cui ci teniamo la nostra entità superiore che chiameremo, nel caso delle Lumache, Gran Lumacone che vive nell’immensa insalata o più semplicemente Granlu.
Per quanto riguarda noi, che siamo animali molto più complessi e che addirittura abbiamo coscienza di noi stessi, quasi tutti, ne abbiamo talmente tanti che lo chiameremo Grande Lui che è ovunque, familiarmente Granlu, no scherzo non è vero si chiama con svariati nomi ma in questa storia ci basta che ognuno di voi lo chiami come gli pare tanto  non lo nomineremo mai

La storia siiiiì la storia uhhhhhhhh la storia.

Allora dicevamo che la lumaca aveva perso due milionesimi di lumicini per pensare se qualcun altro volesse o meno l’apostrofo, alla fine aveva scosso le corna e si era detta tra sé e sé che non era importante e che era molto più importante raggiungere la meta, l’insalata.
Nel frattempo, sennò altrimenti una storia che si regge solo su di una lumaca che cerca di raggiungere una foglia di lattuga può facilmente perdere d’interesse, da un punto diametralmente opposto a quello dove si trova la lumaca c’è un coniglietto che è riuscito a fuggire dalla sua gabbietta e quindi anche da una fine ingloriosa e vaga per la casa alla ricerca di qualcosa da mangiare e quella foglia di insalata discesa da un sopra a cui lui sta sotto è un ghiotto richiamo.
Ovviamente un coniglietto è molto più veloce di una lumaca per cui il risultato della contesa dovrebbe essere scontato se non fosse che questo coniglietto di buona razza sì ma di scarse attitudini risulta essere:
1) Non particolarmente dotato nella corsa
2) non particolarmente dotato intellettualmente, che è normale per un coniglietto ma questi ma non lo è nemmeno confrontato ai  suoi simili
3) Poco incline al raggiungimento degli obbiettivi soprattutto se autoimposti
4) Facilmente influenzabile da chiunque si presenti a lui esordendo con un: “Non è come si crede generalmente…”.

Storia, storia, storia, storia…

Così successe che la lumaca e il coniglietto arrivarono insieme alla foglia di insalata.
Successe, anche,  che mentre entrambi stavano per addentare con gusto la foglia una forza misteriosa prendesse la stessa e la portasse nel sopra nel cui sotto stanno avvenendo le cose fino ad ora descritte senza accorgersi né del coniglietto né della lumaca che invero rivolse verso la propria entità superiore che governa il mondo parole non proprio edificanti.
Il fatto che chi avesse raccolto la foglia d’insalata girandosi sentisse sotto al suo piede destro il classico rumore che fa una lumaca quando viene schiacciata potrebbe essere letta come prova dell’esistenza dell’entità superiore di cui al punto uno e soprattutto che non è che sia poi così benevola come sostengono i suoi seguaci. Altresì considerando che se la lumaca non avesse perso quei due milionesimi di lumicini soffermandosi su quel  ’qualcun altro’ con o senza apostrofo sarebbe ancora viva si potrebbe affermare anche che è sempre meglio non perdere tempo in inutili quesiti ma badare sempre al sodo.
In quanto al coniglietto continuò a vagare per casa fino a quando non fu ritrovato e rimesso in una gabbietta e mangiato di lì a non molto che pare essere un tempo molto più lungo di: di lì a poco.
E la storia?
Be la storia è finita d’altronde è semplicemente la storia di un lumaca e d un coniglietto, mica di Giulio Cesare e Cleopatra.

Scritto da attraverso

dicembre 12, 2011 alle 3:23 pm

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Alle Svolte

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Svolta epocale nella mia vita.
Oggi comincio a smantellare la mia collezione di dischi.
Mi avevano detto che prima o poi sarebbe successo ma io non ci ho mai voluto credere. Pensavo che in qualche modo sarei stato immune a questa cosa.
Non è vero.
Pazienza.
Succede.
Così ieri ho preso un po’ di cd,  ho controllato di averli salvati sul mio computer e stasera provo a venderli.
Effettivamente detta così non sembra una cosa lecita ma… Cazzo siamo al 45% di pressione fiscale che aggiungendo tutto il resto fa sì che in realtà io lavori più per gli altri che per me stesso.  Giuro che al primo che mi dice che sono egoista lo prendo a calci.

Vedete per un collezionista prendere in mano un disco dalla collezione anche se su un media cosi anapoetico come può essere quello del cd non è mai privo di conseguenze.
Appena preso in mano veniamo colpiti da  l’immagine di quando lo abbiamo comprato, dal ricordo del dove, del come e poi ne percepiamo  la musica, gli odori, le sensazioni. Insomma noi viviamo quel pezzetto di plastica che teniamo in mano. Rispettiamo chi lo ha prodotto per qualsiasi motivo lo abbia prodotto, che sia per  urgenza o puro profitto.
Ieri poi ho preso in mano Show Time di Ry Cooder, in CD (raruccio anche lui) perché il vinile reta a casa, e immediatamente:
At the dark end of the street
that is where we always meet
Che basterebbe questo ad appiattirci a terra senza possibilità di proferire parola
Hiding in shadows where we don’t belong
Livin in darkness to hide alone
E ci viene in mente il video con l’omino sdentato con una chitarra che solo lui poteva suonare che fa a cazzotti con la stratocaster di Ry Cooder e poi..
You and me…
Facevamo l’amore mentre ascoltavamo quella canzone e tu mi chiedevi di che parlava e io allora inventavo e ti raccontavo di queste strade da percorrere fino alla fine dove ci si incontra nascosti da sguardi indiscreti, magari per scambiarsi pastiglie con denaro oppure perché si è degli amanti clandestini o peggio perché si è arrivati alla fine delle nostre strade  e chissà oltre  cosa c’è.
Their gonna find us.
Their gonna find us.
E siccome ci  troveranno  lo si fa con più foga e passione come se lo si facesse per l’ultima volta…
che poi quel giorno arriva veramente

Ecco è bastato prendere in mano quel pezzo di plastica…
…e sentirsi dire : ma perché non ti sbarazzi di loro.
già perché…

Siamo collezionisti…

We should meet, just walk, walk on by yeah

Scritto da attraverso

dicembre 9, 2011 alle 11:52 am

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I Fantasmi

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Cazzo ho appena scoperto che è morto Wille P.Bennett.
Ed è successo nel 2008.
Continuo ad ascoltarlo e lui se ne è andato. Aveva 57 anni. Giovane sopprattutto per i canoni attuali.
Canadese, nato nel 1951 ha scritto alcune delle canzoni più belle di quel cantautorato d’oltre oceano che tanto ha influito nel mio personale immaginario. Buona parte di quello che scrivo, nel bene e nel male, arriva da quelle canzoni ed una in particolare, la sua ‘White Line’ . Cercatela su youtube ne vale la pena.

Ma non era di questo che volevo parlare ne del tempo che passa inesorabile, volevo parlarvi di fantasmi. Quelli che arrivano dopo mezzanotte, quelli che ci si sente sfiorare alla nuca e non c’è nessuno alle nostre spalle.
Fantasmi che ci accompagnano ogni giorno dal giorno della loro scomparsa.
Fantasmi che ci troviamo ad accarezzare la maniglia della porta dove un tempo dormivano.
Fantasmi che vorremmo chiedergli una cosa e non possiamo ma magari poi ci sognamo di loro e ci rispondono e giochiamo al lotto il morto che parla. E ovviamente non vinciamo.
Qualche giorno fa camminavo per strada e ho visto zio Peppino , ormai morto da anni. E’ stato un colpo, una botta di paura mista a felicità, è stato un secondo ma è stata una sensazione indescrivibile. E’ stato un secondo perché ovviamente non era lui ma solo uno che gli assomigliava e visto da vicino, poi, nemmeno tanto.
Ma tanto è bastato a lasciarmi addosso la sensazione che i fantasmi esistono, sono intorno a noi, ma soprattutto sono dentro di noi, e cantano.
Cantano della lunga autostrada cha va da un punto all’altro e che attraversiamo. Vocianti o silenziosi è lo stesso.
E più passa il tempo più c’è gente che canta.
E più passa il tempo e più toccarsi i coglioni non basta.
E più passa il tempo più ci giramo e chiediamo:  ”Mi scusi” signore va dove vado io senza sosta su questa infinita linea bianca.

Scritto da attraverso

dicembre 5, 2011 alle 4:27 pm

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Mi casa tu casa

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E no cazzo la mia è mia la tua è tua.

Diciamo che l’addio a Splinder non è indolore, insomma ce n’è da fare di cose prima di andarsene, c’è da fare pacchetti, pacchettini, numerare, ordinare, segnare, pulire, rassettare e poi una volta arrivati nel nuovo reimparare tutto da capo.
Ma gli anni sono passati e non si ha più nemmeno voglia di far l’amore figuriamoci di costruire una casa nuova, dei nuovi rapporti con il vicinato e addirittura curare un prato nuovo.
No il mio andava tanto bene così com’era, era tutto perfetto, non c’erano scale, non c’erano macchie, non c’erano fiori e non c’erano nemmeno cani che facevano la cacca sul marciapiede.
Pazienza.
Ricominciamo.
Un passo alla volta.

E comunque casa nuova vita nuova.

Allora adesso pubblico il mio spettacolo che mai e poi mai farò davanti ad un pubblico.

Scritto da attraverso

dicembre 2, 2011 alle 7:52 pm

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Incipit

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Già la casa, la nostra, la loro, l’essenza stessa dell’essere nel proprio.
Mi ha sempre incuriosito il fatto che gli anglosassoni chiamassero casa house o home, differenziando l’edificio da quello che lo stesso rappresenta.
La mia professoressa d’inglese, ma mi immagino lo facessero tutte, ci spiegava la differenza dicendo che house erano i mattoni mentre home era il focolare domestico. Solo quando vidi il film “Comin’ Home”, quello con Jane Fonda e John Voigt  ne compresi, però , la reale differenza. Quel tornando a casa significava tornare nel proprio a prescindere. E quel proprio può essere ovunque ma guai quando quel proprio non c’è, non c’è più o peggio pensavamo ci fosse e invece non c’era mai stato.
Così quando alla fine Bob  si incammina nell’oceano e scompare ho pensato a cosa avrei fatto io se tornando a casa non l’avessi trovata.
Avevo diciassette anni allora, andavo il collegio e tornavo a casa solo quando c’erano le feste comandate e per le vacanze estive e fino ad allora il pensiero casa/focolare non mi aveva mai sfiorato ma quando l’anno dopo finii la scuola e tornai definitivamente a casa… casa non c’era più, tutto era cambiato, non c’era Michela, non c’era Paolo, non c’erano le penitenze, non c’erano nessun contatto tra il me che era partito e che si aspettava di ritrovare casa sua al ritorno e il me che era arrivato e che casa sua era da qualche altra parte.
Dove?
Non è dato sapere.
Da allora house e home hanno quasi sempre coinciso.
E allora, dai dimmi dov’è casa mia?

Scritto da attraverso

dicembre 1, 2011 alle 8:55 pm

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